martedì 29 marzo 2011

Registro delle opposizioni

Spreco di denaro pubblico: come definire in un altro modo la pubblicità del “Registro delle opposizioni” apparsa su vari quotidiani, e firmata dal governo Bossi-Berlusconi?
Per chi se la fosse persa, si tratta di un albo dove può iscriversi chi non vuole essere disturbato a casa sua: nel senso delle telefonate per tentata vendita. Non è una cosa nuova, ne avevo già parlato anch’io riprendendo questo breve articolo:
TELEMARKETING, COSÌ LA LEGGE (NON) CI PROTEGGE
di Paolo Casicci , Venerdì di Repubblica 26.11.2010
dirittierovesci@repubblica.it
Stavolta la pezza è peggio del buco. Da una settimana è in vigore la legge che vorrebbe tutelarci
dalle intrusioni del telemarketing. Come? Col «registro delle opposizioni»: un elenco cui deve iscriversi chi non vuol essere più disturbato dai call center. Una prima obiezione la suggerisce il buon senso: non era più logico che a iscriversi fosse chi vuol rendersi rintracciabile? Non solo: «l'iscrizione al registro non riguarda i cellulari» spiega Nadia Martini dello studio legale Nunziante Magrone. Inoltre, si potrà continuare a usare i numeri raccolti da fonti diverse dagli elenchi abbonati (per esempio, le tessere del supermercato) e si potrà contattare via fax, email, sms o mms anche chi è iscritto al registro. Chi gestirà l'elenco (un privato) sarà autorizzato pure a conservare sul sito web l'elenco degli utenti, senza che la legge esiga alti standard di sicurezza.
«Il rischio, insomma, è che il registro disturbi più delle comunicazioni che vuole impedire».
Insomma, si fa prima a cambiare numero: io cercherò di non farlo perché il mio numero attuale è ancora quello di mio padre, la mia (capita un po’ a tutte le famiglie) è ancora la casa di riferimento per i parenti e gli amici, e quindi non mi va né di cambiare numero né di svanire dall’elenco. Non avrei mai pensato che avere lo stesso numero di telefono da trent’anni fosse una colpa, o qualcosa che potesse interessare ad altri: mi tocca invece constatare che non è così, e che addirittura è il governo che si fa sponsor dei molestatori telefonici – perché di molestie si tratta, e non altro.

Mi si obietta: sono posti di lavoro. E’ vero, ma significa che siamo messi davvero molto male, se c’è bisogno di posti di lavoro come questi. Mi si obietta, dall’altra parte, che iscriversi a questo albo è tutt’altro che facile: sul web c’è già chi ha raccontato l’esperienza (penso che la cosa non stupisca nessuno). Non ho molto altro da dire, aggiungo solo queste due cose: che si tratta di burocrazia, l’ennesimo caso di elenchi e di leggi inutili che si sono moltiplicate negli ultimi anni e che vanno a complicarci la vita; e che sono piccole cose, è vero, ma spiegano molto bene a cosa pensa questo governo, e spaventano perché da queste piccole cose è facile risalire alla meschinità delle persone che ci governano.

D’altra parte, che fare? Se mandiamo al governo un pubblicitario che ha fatto fortuna con la speculazione edilizia, cos’altro attendersi se non pubblicità e cemento a valanga? Speriamo che il prossimo Presidente del Consiglio sia un geologo esperto in frane, ne avremmo un gran bisogno; nel frattempo, provo ad anticipare le prossime mosse del governo attuale (Bossi, Maroni, Berlusconi, Tremonti...). Eccole qua: un registro delle opposizioni per evitare che vi suonino il campanello di casa alle due di notte, e un registro delle opposizioni per evitare (soprattutto alle signore) che vi tocchino il culo sul tram. Se avete un numero di telefono sull’elenco, o un campanello di casa, o se avete un culo, è evidente che volete che vengano toccati dal primo imbecille che passa. O magari no? (Ma questo è ormai il posto in cui ci tocca vivere, chiamatelo Italia o Padania o Enotria, cosa volete che cambi.)


(la vignetta viene dalla Settimana Enigmistica, http://www.aenigmatica.it/  )

lunedì 28 marzo 2011

La linea d'ombra

Ho conosciuto la voce d'altri desideri,
ho conosciuto la nuova tristezza;
per i primi non ho speranze,
e per le vecchie tristezze ho pietà.
O fantasie ! Dov'è la vostra dolcezza?
dov'è la giovinezza, ritmo eterno ?
è proprio vero che dunque, alla fine,
io sono appassito, e appassita è la sua corona?
E' vero, proprio vero,
che senza elegiache illusioni
è fuggita la primavera dei miei giorni
( cosa ch'io ripetevo finora scherzando ) ?
Ed è proprio vero ch'essa non ha ritorno?
Vero proprio che presto avrò trent'anni ?
...
Così è giunto il mezzodì, e debbo
confessarmi, lo vedo io stesso
...
e tu, ispirazione giovanile,
agita la mia immaginazione,
rianima il sonnecchiante cuore,
vieni più spesso al mio cantuccio,
non lasciar raffreddare l'anima del poeta,
fa' che essa non sia crudele, non si irretisca,
non si pietrifichi infine,
nell'incanto distruttore del mondo,
fra i gelidi superbi,
fra gli sciocchi brillanti,
...
fra i figli astuti, pusillanimi,
folli e male avvezzi,
tra i delinquenti e i ridicoli, noiosi,
ottusi e faccendieri giudici,
tra le civette baciapile,
tra i servi volenterosi,
tra le scene quotidiane alla moda,
i tradimenti rispettosi, garbati,
tra i verdetti gelidi
della crudele vanità,
tra la vuotaggine dispettosa
dei calcoli, dei pensieri e delle convenzioni,
in quel vortice, insomma,
dove con voi io nuoto adesso,
amici cari !
...
Beato chi è stato giovane da giovane
beato chi è maturato a tempo,
chi gradualmente il freddo della vita
ha saputo sopportare con gli anni;
chi non s'è abbandonato a sogni strani,
chi non s'è fatto estraneo al volgo mondano ...
(Pushkin, Evgenij Onegin, cap. 6-8,ed. Sansoni, traduzione di Ettore Lo Gatto)

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. E' il privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezioni. Uno chiude dietro di sè il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l'umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall'incanto dell'esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po' di se stessi. Si va avanti, allegri e frementi, riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, accogliendo il bene ed il male insieme - le rose e le spine, come si dice - la variopinta sorte comune che offre tante possibilità a chi le merita o, forse, a chi ha fortuna. Sì. Uno va avanti. E il tempo pure va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d'ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù.
Questo è il periodo della vita che può portare i momenti ai quali ho accennato. Quali momenti? Momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti d'irriflessione. Parlo di quei momenti nei quali i giovani sono propensi a commettere atti inconsulti, come sposarsi all'improvviso o rinunziare ad un'occupazione senza motivo. Questa non è la storia di un matrimonio. Non mi andò così male. Il mio atto, per quanto avventato, ebbe più il carattere di un divorzio, quasi di una diserzione. Senza una ragione plausibile per una persona di buon senso, piantai il mio lavoro - abbandonai il mio posto - lasciai il bastimento del quale non si sarebbe potuto dire altro di peggio che era un bastimento a vapore e che, perciò, non esigeva quella cieca fedeltà che... Ma è inutile voler giustificare quello che io stesso anche allora immaginai che fosse un po' un mio capriccio. (...)
(Joseph Conrad, inizio di “La linea d’ombra”)

Down by the Salley Gardens
(Words: W. B. Yeats, 1889. Tune: Maids of the Mourne Shore, Trad.)
It was down by the Sally Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree.
In a field down by the river, my love and I did stand
And on my leaning shoulder, she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy , as the grass grows on the weirs
But I was young and foolish, and now am full of tears.
Down by the Sally Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree.
(edizione consigliata: innanzitutto Kathleen Ferrier, e poi John Mac Cormack)

Ascolto l'Eugenio Onieghin di Pushkin, nella versione messa in musica da Ciaikovskij, e non posso non rimanerne ancora colpito. Eppure non è la prima volta che ascolto quest'opera, dovrei essermi abituato; ma è un po' l'effetto che fa la Bohème di Puccini, che credi di sapere già tutto e magari anche di esserne stufo, e invece mi sorprende sempre e mi trovo ad essere commosso. Di che cosa parla l'Eugenio Onieghin? Del tempo che passa, e che non torna più; e delle diverse strade che la vita ci mette davanti. La scelta, il più delle volte, spetta a noi: ma non sempre sappiamo individuare la strada giusta.
Evgenij Onegin è un giovane ufficiale russo, di quelli dei primi dell'Ottocento. Di lui si innamora Tatiana, che è poco più che una bambina; lei gli scrive una lettera, ma lui non le risponde nemmeno, ha ben altro per la testa. Ma passa poco tempo e Tatiana è ormai una giovane donna; per lei Eugenio litiga col suo migliore amico, Lenski. I due si sfidano a duello, e Lenski muore. Nel finale, Tatiana è una donna sposata; ad un ricevimento, Eugenio la incontra dopo molto tempo e scopre di esserne perdutamente innamorato. Ma ormai è tardi.
Credo poi che siano in pochi a conoscere davvero “The shadow line” di Conrad: il titolo di questo libro è stato talmente copiato e inflazionato che ha finito per perdere significato, ed è un peccato gravissimo. “La linea d’ombra” e “The end of the tether”, tradotto spesso con “Al limite estremo”, sono i libri dove Conrad parla del primo lavoro, del primo comando di una nave (il mestiere di Conrad, capitano su una nave mercantile) , delle prime responsabilità. Alle volte ci sono ostacoli incomprensibili sul nostro cammino, non riusciamo a capacitarci di quello che succede, ed è facile sbagliare (come capita in “Lord Jim”) oppure rinunciare e accontentarsi di qualcos’altro.
E infine “Down by the Salley Gardens”, una melodia bellissima sui versi di Yeats, che racconta l’incontro di un giovane con una ragazza; un incontro che non avrà seguito e che lascerà un grande vuoto nel ricordo: ancora l’Eugenio Onieghin.

domenica 27 marzo 2011

La casta

Una casta è qualcosa che esiste da secoli, da millenni, forse da sempre. La casta dei sacerdoti, le caste dell’India, i bramini, i notai italiani che si perpetuano di padre in figlio dall’anno mille, queste si possono chiamare caste, nel bene come nel male. Qui invece siamo di fronte a qualcosa di nuovo, i Renzo Bossi e le Marina Berlusconi vengono da vicino, da meno di vent’anni. Chi li ha votati, da dove vengono, si poteva evitare? La responsabilità, insomma, è nostra: della nostra generazione, è responsabilità di persone viventi e non di antenati più o meno mitici.

Dicendo “la casta”, invece, sembra che la questione non ci riguardi, che sia una specie di castigo celeste, qualcosa che ci è piovuto addosso. Ma tutte le cose hanno un inizio: nel nostro caso, un inizio vicinissimo. Quelli che comandano oggi non sono i figli e i nipoti di De Gasperi, o di Giolitti, o di Carlo Alberto, e nemmeno di Enrico Cuccia o di Cefis o di Carlo Magno e di Nerone: sono cose recenti, sono i figli dei Craxi, dei Bossi, dei Ligresti, dei Sindona. E ci sono tante persone nuove, alcuni ancora giovani: i Fiorani, i Maroni, gli Alfano, i Formigoni, i Cota-Zaia. Non è una casta, è qualcosa di nuovo, qualcosa che si poteva evitare. Quando andate a votare, la prossima volta, fate più attenzione.

sabato 26 marzo 2011

" Li fanno arrivare "

«Li fanno arrivare». «Li hanno fatti arrivare». «Se vedono che gli danno accoglienza, poi ne arrivano ancora». «Bisogna buttarli a mare, le cannonate servono, rimandarli a casa, affondare le barche, faceva bene Gheddafi...»
“Li fanno arrivare?” Ma chi li fa arrivare? Chi è che li ha invitati? Chi è che glielo ha detto, di arrivare? Chi, dove, come, quando, perché? Quantomeno, direi che a queste affermazioni manca il soggetto: chi è che li fa arrivare? E poi, come si fa a farli arrivare? E perché lo ascoltano così tanto, questo misterioso invito? Sarà mica colpa di Prodi?
Lasciando in pace Romano Prodi, che è fuori dal giro della politica da parecchio tempo, e che magari i più giovani non sanno neanche più che faccia abbia, mi stupisce constatare che nessuno abbia mai pensato, facendo questi discorsi, a Sharm el Sheikh, a Djerba, ad Hammamet, a Marrakesh, agli infiniti villaggi vacanze che ci vedono protagonisti da una quarantina d’anni.
Basta aprire un catalogo di un’agenzia di viaggi per trovare nomi di località che a noi appaiono esotiche e favolose, ma che sono reali ed abitate: abitate da persone (magari il personale di servizio, camerieri, muratori, giardinieri, donne delle pulizie, bambini, passanti) che ci vedono, ci guardano, ci studiano, pensano. Pensano che c’è un posto dove c’è gente che vive bene, che non ha problemi, gente ben nutrita, gente che spende soldi per cose inutili, ma che cosa vengono a fare qui dove c’è povertà? E, soprattutto, la domanda fatale: ma da dove viene questa gente?
Una volta informatisi, si parte: Italia, Francia, Svezia, Germania, insomma tutti i posti da dove partono i charter con i turisti, turisti che vanno a turbare la tranquillità di posti come Sharm, come Djerba, come Hammamet, come Marrakesh, come Zanzibar, come le Seychelles, le Mauritius, il Kenya, Capoverde, il Messico, i Caraibi, dov’è che non siamo ancora andati?

E poi c’è la tv: negli anni ’90 gli albanesi che sbarcavano in Puglia lo dicevano apertamente, penso che ci siano ancora le interviste in archivio: a Tirana guardavano tutti Canale 5, vedevano gli show ricchi di belle donne e paillettes, guardavano la pubblicità, in Italia c’è il ben di Dio, la ricchezza, vendono perfino il cibo per gatti. E dunque, visto che si può, via sui barconi e sui gommoni, verso il Paradiso. A tutto questo andrebbero aggiunte le dichiarazioni d’epoca di Silvio Berlusconi, anch’esse disponibili in archivio: a metà anni ’90 era all’opposizione, pur di far fare brutta figura a Prodi e D’Alema si mise ad abbracciare gli albanesi, a piangere sulla loro sorte, a dire che ne avrebbe adottata una famiglia intera.
Poi gli albanesi smisero di arrivare con i gommoni: la Storia (quella vera) aveva fatto il suo corso, tutti gli albanesi che volevano venire in Italia erano arrivati, la situazione si era normalizzata, degli albanesi non si è più parlato. Un successo del governo? No, gli albanesi non sono moltissimi, l’Albania non è un paese grande, quelli che volevano muoversi si sono mossi, e dopo qualche anno tutto si è normalizzato. Oggi il problema è molto più grande, riguarda tutto il Mediterraneo, e nessuna persona di buon senso può pensare che tutto si possa risolvere con una legge e una marca da bollo, o rimandando indietro uno per uno tutti quelli che arrivano.

Ho lasciato per ultime le due considerazioni più immediate, e più banali: la prima è che ognuno si sposta come vuole e dove vuole, se appena può farlo, senza che ci sia bisogno di qualcuno che lo invita. Succede da che mondo è mondo: un mio compagno di classe vive a Parigi da trent’anni, un altro è a Londra e ha sposato un’inglese e ha fatto quattro figli e tra poco sarà nonno; mica li hanno invitati, avevano vent’anni, hanno preso su e sono andati. Non a tutti va bene, non tutti sono onesti, ma quando si è giovani, se appena si può farlo, si prende su e si va. Un posto vale l’altro, Londra, Madrid, Barcellona, Parigi, Amsterdam. Che lo facciano anche i giovani arabi, e a migliaia, può anche non piacere, ed è chiaro che ci sono e ci saranno molti problemi: ma constatare che c’è chi se ne stupisce e ne dà la colpa a questo e a quello, e magari è pure ministro, è davvero – come dire? – curioso, strano, indecente, non trovo più nemmeno le parole.

La considerazione finale, quella più importante, l’ha fatta ieri sera Gino Strada in tv, e io la riporto qui: si tratta del nostro prossimo, di esseri umani, forse non siamo più cristiani? Qui invece si parla di delinquenti, di prostitute, e lo si fa senza nemmeno sapere chi sono queste persone. In tv, ieri sera, a rispondere a Gino Strada, e indirettamente anche alla Caritas, c’era l’on. La Russa, ministro della Difesa: che in casi come questi è la persona perfetta, nel senso del discorso che vorrei iniziare a fare qui. E infatti per iniziare una piccola serie sui luoghi comuni, cioè su quelle frasi che ripetiamo meccanicamente senza mai fermarci a pensare su cosa stiamo dicendo, non c’è niente di meglio che andare ad ascoltare l’on. La Russa, o magari leggersi gli editoriali dei giornali leghisti.Ogni tanto bisognerebbe fermarsi a pensare su quello che si dice, ed è quello che mi piacerebbe provare a fare qui.

venerdì 25 marzo 2011

Ombra

Sono Simcha Rabinowicz, venditore d'ombre.
A chi vendo le mie ombre? A gente che l'ha persa. Un'ombra si perde per troppa luce, per troppa oscurità... Per troppo vizio o troppa virtú.
Va da sé che la maggior parte dei miei clienti appartiene alla categoria dei viziosi: per questo sono più interessanti.
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

giovedì 24 marzo 2011

Esilio

La nostra musica, i nostri canti e le nostre parole sono canti, musica e parole di gente esiliata.
Noi siamo abituati a considerare l'esilio come qualcosa di negativo, ed è giusto che sia cosí. L'esiliato è costretto a lasciare il proprio Paese in condizioni dolorose, frequentemente costrittive e violente. L'esiliato deve abbandonare affetti, focolare, proprietà e perfino gli sguardi che hanno arricchito i suoi occhi.

Ma l'esilio, paradossalmente, ha anche aspetti positivi. L'esiliato non può concedersi il lusso di riposare sulle certezze e i sonni dell'autoctono: deve costantemente riflettere sulla sua condizione esistenziale, e per questo il suo spirito si fa vigile e inquieto. Nasce un'anima dell'esilio mobilissima e ubiqua.

Uno dei nostri Maestri, il Maggid di Meseritsch, cosí si esprimeva a proposito dell'esilio:
«Ora nell'esilio lo Spirito Santo scende piú facilmente che nei tempi in cui era in piedi il Santuario.
Un re fu scacciato dal suo regno e dovette andare ramingo; se arrivava allora in una povera casa dove veniva malamente cibato e malamente alloggiato ma accolto de re, il suo cuore era lieto e parlava con la gente di casa cosí familiarmente come una volta nella sua corte soltanto coi più intimi. Cosí fa anche Dio, da quando è in esilio.»
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

mercoledì 23 marzo 2011

Traduzioni ( III )

Un altro esempio di traduzioni “strane” è quando si traduce qualcosa che è già in italiano. I risultati possono essere divertenti, e Umberto Eco nei suoi libri ne ha raccolti molti; ma il più delle volte escono cose un po’ tristi, come queste due che ho trovato io:

- Ho letto per la prima volta “Cuore di cane” di Bulgakov, un romanzo breve molto divertente, quando ancora non sapevo niente di musica; e mi ero incuriosito leggendo del dottore che canticchiava in continuazione. Cosa cantava, quel dottore, novello Frankenstein, che tramuta un cane in un uomo? Cantava l’Aida, e anche se non ne sapevo niente di niente era abbastanza facile capirlo: “Su, del Nilo al sacro lido...”, c’era scritto. Lo aveva scritto Bulgakov, in russo, e il traduttore aveva semplicemente messo i versi giusti, quelli del lecchese Antonio Ghislanzoni, anno 1871.
Parecchi anni dopo, invece, dopo aver letto anche “Uova fatali” e “Il maestro e Margherita” mi era venuto in mente di cercare altre cose di Bulgakov: e così avevo comperato un libro dove c’erano molti racconti che non conoscevo, e dove c’era anche una diversa traduzione di “Cuore di cane”. E lì ho avuto una sorpresa, perché era stata tradotta dal russo anche l’Aida di Giuseppe Verdi. I versi che canta il Re, alla fine del primo atto, erano diventati così: “alle sacre rive del Nilo”. Una traduzione magari corretta, ma perché tradurre in italiano una cosa che era già in italiano? L’Aida è famosissima, bastava poco, bastava chiedere, informarsi...
(Per i curiosi: l’edizione corretta è quella della BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino curata da Angelo M. Ripellino; quella che ha riscritto Verdi è l’edizione Einaudi traduzione Clara Coisson, volume dei Racconti pag.182) (magari nel frattempo hanno corretto l’errore...)

- La stessa cosa, cioè la traduzione di versi che nell’originale sono già in italiano, e anche molto famosi, l’ho trovata in una biografia del medico ipnotista Mesmer scritta da Jean Thuillier, edizione Bur 1996, traduzione di Maria Grazia Meriggi. Mesmer mi interessava perché fu contemporaneo di Mozart, e lo aiutò a mettere in scena la sua prima opera, a Vienna: Mozart aveva dodici anni. Mozart, vent’anni dopo, ricorderà Mesmer prendendolo amabilmente in giro nell’opera “Così fan tutte”, dove si simula una guarigione tramite “fluidi magnetici”, usando una calamita. Tutto questo è ampiamente citato a pagina 337 del libro, eppure mi è toccato leggere questa cosa qui: «ecco, il magnete ve lo dimostrerà; è questo magnete che Mesmer ha usato un tempo, Mesmer originario dei cantoni di Germania e così celebre in Francia.»
L’originale del “Così fan tutte” è in italiano, e in italiano è cantato in tutto il mondo, da più di duecento anni, senza interruzioni. I versi originali, scritti da Lorenzo Da Ponte, sono questi:
«Questo è quel pezzo / di calamita / pietra mesmerica / ch’ebbe l’origine / nell’Alemagna / e poi sì celebre / là in Francia fu.» (atto primo scena 16). Tra l’altro, per chi non lo sapesse, Da Ponte scriveva in un italiano magnifico, che non è affatto invecchiato: qui sta imitando un medico e il suo linguaggio aulico e non si nota molto, ma anche solo leggersi il “Don Giovanni” o “Le nozze di Figaro” sarebbe utile e divertente.
Le perle di questo volume non sono però finite: a pag.69 si legge di una “Cecchina” musicata da Puccini (Puccini è nato cent’anni dopo Mozart: il musicista in questione è Piccinni), e a pag.150 di un quartetto a corde, che naturalmente sarà stato un quartetto d’archi: è la stessa cosa, ma in italiano “quartetto a corde” non l’ho mai sentito dire da nessuno.

E, per finire, ancora sottotitoli: a dicembre accendo la tv e c’è in diretta “La Valchiria” di Wagner, dalla Scala, con i sottotitoli per capire: è una moda che si è diffusa da qualche anno, lo si fa anche in teatro. “Così gli spettatori capiscono anche se non hanno mai letto il libretto”, spiegano gli esperti. Tutto bene, in teoria; peccato che poi sul video escano cose come questa: DIODISCHIERE A TE ATTENDE...(“diodischiere” tutto attaccato), ed altre che mi sfuggono. E’ un’antica versione ritmica, quindi non una traduzione; ma forse in questo caso era meglio lasciar perdere il libretto originale e scrivere un riassunto...
Già che c’ero, mi sono immaginato altri libretti “sottotitolati per far capire meglio”: per esempio le famose “cimbe natanti sovra il mar degl’anni”, dall’Ernani di Giuseppe Verdi e F.M.Piave (anno 1844). O magari l’Aida: uno si guarda l’opera in tv, legge L’ABORRITA RIVALE A ME SFUGGÌA e comincia a interrogarsi: che mai vorrà significare? Ora che ha capito cosa ha letto e comincia a raccapezzarsi, è finito l’atto ed è calato il sipario. Spero che un po’ di musica gli sia rimasta in testa, magari proprio quel “Su, del Nilo al sacro lido / accorrete egizi eroi...” dal quale ero partito per scrivere queste mie riflessioni.

martedì 22 marzo 2011

Traduzioni ( II )

«La parola “zingaro” viene dall’Egitto – spiega con compunzione l’esperta in tv, una giovane conduttrice di non so più quale programma – l’etimologia è chiarissima, del resto.» E conclude con un bel sorriso convinto.
Beh, a dire il vero da “zingaro” ad “Egitto” c’è una bella differenza, non è mica tanto chiara quest’etimologia. Si tratta, con tutta probabilità, di qualcosa che è stato mal tradotto dall’inglese, e adattato all’italiano senza fare il minimo controllo: in inglese, zingaro si dice “gypsy”, e qui direi che ci siamo: da “egyptian” a “gypsy” il passo è davvero breve, anticamente si pensava che gli zingari venissero dall’Egitto, e forse qualcosa di vero c’è, perché anche la parola spagnola “gitano” somiglia molto a “egiziano”.

Metto qui di seguito altre traduzioni affrettate e incomprensibili che, sia pur con quel poco di inglese che conosco (davvero poco) nel corso degli anni sono infine riuscito a decifrare:
- La “teoria delle stringhe” esiste in Fisica e se ne è parlato molto in questi ultimi anni: ma “string” in inglese è la corda degli strumenti musicali, dei violini, delle chitarre. “String theory” è una teoria che sarebbe complicato riassumere qui, ma che si basa proprio sulla somiglianza con la vibrazione e la risonanza delle corde dei violini, dei violoncelli, della chitarra. La stringa delle scarpe è invece “lace”, laccio.
- In inglese, “to shoot” è sparare ma è anche fare una foto, girare un film: ricordo in un dibattito tv un deputato scandalizzato che andò avanti per un quarto d’ora a dire «...hanno perfino girato un film che si chiama “Berlusconi shooting”, “sparare a Berlusconi!!”», e questo senza che nessuno dei presenti (conduttore incluso) glielo facesse notare. Eppure al cinema era appena uscito “Palermo shooting” di Wim Wenders...
- Un altro errore comune è tradurre “sceneggiatura” invece di “scenografia”, e viceversa: ma “sceneggiatura” sono i dialoghi, e “scenografia” sono gli arredi, i fondali dipinti. Due cose diverse: qui è facile fare confusione perché anche in inglese e in francese i termini si prestano a ingarbugliarsi, quindi si può capire l’errore. Però mi ha fatto molta impressione trovare stampato “scenografia” invece di “sceneggiatura” per ben due volte a pag.80 di un libro di Ingmar Bergman (Lanterna Magica) tradotto e stampato da Garzanti nel 1987. Una volta passi, può scappare: ma due volte di fila nella stessa pagina...
- E infine (chiedo scusa per la volgarità, che cercherò di attenuare) nei film inglesi e americani si dice spesso “fuck”, che è un imperativo o un infinito, e che andrebbe tradotto, più o meno, “fottere” oppure “fottiti” (nel qual caso la frase completa è “fuck you”). Invece nei film italiani “fuck” diventa sempre “babangala” (spero che si capisca, mi sono censurato) vale a dire che non siamo più all’infinito o all’imperativo, ma ci si mette un complemento oggetto, cioè si fornisce una destinazione precisa a qualcosa che nell’originale non era invece stato specificato. Questo complemento oggetto, questa destinazione precisa quando nell’originale si rimane sul vago, meriterebbe un’attenta psicoanalisi, ma è un compito che un po’ mi spaventa e che delego volentieri ad altri, magari a qualche studente di etnologia o di sociologia che sta cercando un argomento per la sua tesi di laurea.

lunedì 21 marzo 2011

Traduzioni ( I )

Una delle prime cose che mi hanno insegnato, quando facevo le scuole medie e cominciavo ad imparare l’inglese, è che “soup” è la minestra. L’insegnante di inglese, in prima media, ci aveva detto più o meno così: “bambini, attenti: soup è la minestra in generale, è anche la zuppa ma non solo la zuppa. Quando fate la traduzione e trovate soup, abituatevi a pensare alla minestra: anche perché capita spesso che le parole inglesi siano simili alle italiane ma abbiano un significato diverso”.
Invece, crescendo, ho scoperto che nei film americani e inglesi tutti mangiavano sempre la zuppa: misteri della traduzione, o piuttosto pigrizia e pressappochismo? Eppure nel film si vedeva benissimo che non era una zuppa, che nessuno metteva il pane in quella minestra, che magari era solo un brodo leggero...

Un’altra parola che mi disturba sempre ascoltare nei film è “mostarda”: nei film americani c’è sempre gente che spalma la mostarda sui wurstel. Se vi pare una cosa possibile, o se non ci avete mai fatto caso, è solo perché a voi non piace la mostarda e non la mangiate mai: la mostarda cremonese, che a me piace moltissimo, è fatta di frutta intera immersa in uno sciroppo denso che contiene senape. La senape dà quel sapore forte che contrasta con il dolce; non a tutti piace, ma quelli a cui non piace la mostarda non sanno cosa si perdono.
Sui wurstel (pardon: sugli hot-dog), gli americani spalmano la senape: che in inglese si dice “mustard” e in francese “moutarde”; l'etimologia è probabilmente latina e viene da "mosto" (lo zucchero è stato prodotto solo in tempi moderni, ma la mostarda è molto antica). E’ da questa parola che ha preso il nome la mostarda cremonese, e quindi in teoria non sarebbe scorretto dire “mostarda” anche per la salsa densa gialla (ben visibile e ben riconoscibile anche nei film) che si mette sulle salsicce e nei panini, ma sta di fatto che in italiano “senape” e “mostarda” sono due parole diverse, e io non ho mai sentito nessuno indicare la senape come mostarda e viceversa. E’ vero che esiste un tipo di mostarda (mantovana o vicentina, o forse tutte e due) che si fa solo con le mele e che è spalmabile, ma qui si va sullo specialistico, queste cose le sanno solo gli appassionati di buona cucina, e in ogni caso la mostarda è ottima per il bollito, ma sugli hot dog e sui wurstel è meglio mettere la senape.
Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, e ogni volta che ne incontro uno mi dispiace molto perché io con l’inglese mi arrangio, non sono mica un esperto: e se ci sono arrivato io, mi viene da dire, perché mai quelli che fanno i traduttori di mestiere sono spesso così pigri e superficiali?

Ci sono molte parole inglese che sono “falsi amici”, come spiegano nei corsi d’inglese: somigliano alle parole italiane (dalle quali derivano) ma hanno preso un altro significato. “Morbid” si traduce morboso, “actually” è “effettivamente, realmente”, e via elencando.
Sono osservazioni tutt’altro che nuove, che le persone esperte, soprattutto quelli che l’inglese lo parlano sul serio, fanno da parecchi anni; ma rispetto a quand’ero bambino le cose stanno peggiorando, non migliorano né rimangono stazionarie, ma peggiorano nonostante la maggior diffusione dei corsi di lingue.
La causa principale di questa esplosione di pigrizia e di pressappochismo è l’invenzione dei traduttori automatici: che danno una mano, è vero, ma che portano a traduzioni che vanno continuamente riviste, rilette, ripensate. Invece (ed è incredibile, ma ormai funziona così) si trovano sempre più spesso traduzioni stranissime, al limite del ridicolo e magari oltre, perché anche tra i professionisti dell’editoria c’è chi pensa che il traduttore automatico vada bene così, che quelle traduzioni si possano prendere e stampare senza problemi così come sono venute.
Non solo: ho letto che anche i sottotitoli per i non udenti vengono preparati ormai sempre più con questo criterio. I sordi veri, cioè le persone a cui è destinato il servizio, e che in molti casi sanno leggere sulle labbra di chi parla, ogni tanto scrivono ai giornali rilevando con raccapriccio le differenze (chiamiamole così) tra quello che dice un attore e quello che gli fanno dire i sottotitoli – ed è ovvio, se fa tutto il computer e se poi nessuno controlla...

Queste cose, davvero tristi, non nascono per caso: nascono dalla voglia di risparmiare, di non pagare il personale, di pagarlo male, di scegliere tra due traduttori quello che costa meno, eccetera. Malattia, o meglio ideologia, che si è sempre più diffusa negli ultimi 15-20 anni, da quando cioè si è cominciato a dire che il lavoro è un costo e non una ricchezza. E, di conseguenza, anche quei pochi soldi che potrebbero essere pagati a un semplice controllo (da correttore di bozze) sul lavoro fatto in automatico dal computer , sembrano una spesa spropositata: ma così non è, il controllo finale o in fase di lavorazione è fondamentale in ogni campo lavorativo, e mi sembra perfino strano il doverlo ripetere. Sulla mostarda nei film si può sorvolare, ma su quello che succede in altri ambiti con questa smania del risparmiare a tutti i costi (pensate soltanto alle buche nelle strade) c’è solo da spaventarsi.
Ma qui rischio di andare fuori tema, mi fermo e riparto domani perché qualche altro esempio curioso me lo sono segnato e vorrei riportarlo qui, magari anche solo come divertimento.

domenica 20 marzo 2011

Bossi come Lauro

Achille Lauro è stato sindaco di Napoli, tra gli anni ’50 e gli anni ’60. Godeva di enormi consensi, e fece costruire ovunque: un’enorme colata di cemento. Gran parte dei problemi di Napoli nascono da quel periodo, da Achille Lauro sindaco; quelli che vennero dopo di lui trovarono la strada spianata dall’enorme consenso da lui goduto, ne continuarono l'opera, e i risultati si vedono oggi.
Lauro era una figura mitica, missino e monarchico, ricchissimo armatore, è rimasto nella leggenda il suo metodo per accertarsi che i napoletani più poveri lo votassero: prima del voto gli regalava la scarpa sinistra, a conteggio effettuato gli regalava anche la scarpa destra. Oggi si usano metodi più sofisticati, e per fortuna nessuno di noi è così povero da dover elemosinare un paio di scarpe (speriamo che duri); però più mi guardo in giro e più trovo che questa mia povera Lombardia ha finito per fare la fine della Napoli degli anni ’50. Il governo lombardo-romano, cioè Umberto Bossi con Silvio Berlusconi (ebbene sì, a Roma ci sono solo lombardi al governo: non ve n’eravate accorti?) a furia di condoni edilizi e di leggi sull’aumento delle cubature ha fatto oggi, in meno di dieci anni, quello che fece Achille Lauro ai suoi tempi: arricchirsi personalmente e rendere un inferno quotidiano la vita degli abitanti di questi sfortunati luoghi. Il tutto fra il plauso generale, e con grande consenso elettorale: proprio come Lauro. Vi sembra un’esagerazione? Provate a prendere una strada qualsiasi, in un’ora di punta, in Lombardia: fino a dieci anni fa, questi ingorghi capitavano solo in circostanze eccezionali, oggi invece è diventato strano non trovarli.

Tutto questo, gli ingorghi del traffico ma anche l’inquinamento, la violenza, i problemi con la spazzatura e le discariche, ha una causa precisa: il sovraffollamento. Se si costruisce ovunque, e se dove c’erano seimila persone si costruisce ovunque fino ad arrivare a dodicimila, traffico e spazzatura eccetera diventano la normalità. Nel mio comune di residenza, fino a dieci anni fa gli abitanti erano meno di settemila, ed era così da sempre; oggi siamo arrivati sopra i diecimila, e non è che il territorio comunale si sia esteso, non abbiamo fatto guerre di annessione e di conquista, è che adesso viviamo stipati, tre automobili per famiglia, superstrade nuove, autostrade allargate, parcheggi tutti a pagamento, eccetera eccetera.
Tutto questo, con annessi e connessi, non è certo cosa nuova e inaspettata: il primo a parlarne fu Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia e premio Nobel per la Medicina, in un libro che fu famosissimo, che è sempre stato ristampato, e che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo: “L’anello di Re Salomone”. Si tratta del capitolo intitolato “Armi e morale”, del quale riporto una pagina (ma ricordo che Lorenz è uno scrittore piacevolissimo, il consiglio è di andarselo a leggere per intero). Il vero soggetto di questo capitolo non è una dolce storia di animaletti in stile documentario per bambini, e non è nemmeno l’aggressività in se stessa: è il sovraffollamento. La mancanza di spazio e la mancanza di cibo sono le principali cause di violenza, e in queste cose noi non siamo diversi dagli animali: eppure si continua a costruire, lo spazio fra le persone è sempre più ristretto ma si progettano grattacieli, si costruiscono “new towns”, e poi ci si meraviglia della violenza. Infinita è la stupidità umana.
«Ancora molto più innocuo che un duello fra due lepri sembrerebbe a prima vista un duello fra due tortore comuni o fra due tortore dal collare: quei dolci colpetti dei piccoli becchi, quel lieve schiaffetto delle tenere alucce fanno un'impressione addirittura commovente, e nessuno mai penserebbe che possano far male per davvero. Una volta, per certi miei motivi, mi proposi di ottenere un incrocio fra la tortora dal collare africana e la tortora comune che è un poco più fragile; presi quindi una tortora maschio cha avevo allevato in casa fin da giovane e la misi in un'ampia gabbia con una tortora dal collare femmina. All'inizio non presi molto sul serio le piccole baruffe che scoppiavano tra i due futuri sposi: come avrebbero potuto farsi male l'un l'altro, questi prototipi dell'amore e della mitezza? Me ne andai quindi a Vienna tutto tranquillo, ma rincasando il giorno dopo mi trovai di fronte a uno spettacolo orrendo. La tortora nostrana giaceva a terra in un angolo della gabbia, e aveva la nuca, il collo e tutto il dorso fino alla radice della coda non solo completamente spennati, ma anche talmente martoriati che formavano un'unica sanguinolenta ferita. Ritta nel mezzo di questa piaga, come un'aquila china sulla preda, stava l'altra colombella della pace, che con l'espressione trasognata che la fa apparire tanto simpatica all'osservatore con tendenze antropomorfiche, continuava senza posa a frugare col becco nelle ferite del suo povero, soggiacente compagno. Se questo con le sue ultime forze tentava di risollevarsi e di reagire, essa subito lo aggrediva di nuovo, sbattendolo al suolo con le tenere alucce, e proseguiva poi implacabile nel suo lento e micidiale lavorio, pur essendone già così stanca da non riuscire a tener aperti gli occhi. Eccettuati alcuni pesci, che nella lotta giungono addirittura a scorticarsi, non ho mai visto sul corpo di un vertebrato piaghe così orribili provocate da un membro della sua stessa specie. (...)» (Konrad Lorenz, da “L’anello di Re Salomone”, pag.134 ed. Oscar Mondadori 1977)
Lorenz prosegue mostrando il comportamento di altri animali ritenuti feroci, ma in natura, all’aperto: quando c’è spazio, quando c’è possibilità di andare altrove, di prendere su e andare da un’altra parte, nemmeno i lupi più feroci fanno del male al loro prossimo. Lo spazio, la possibilità di muoversi, di andare altrove: tutto questo è stato dimenticato, si è pensato solo al modo di far soldi per se stessi. Come le bestie, verrebbe da dire...

sabato 19 marzo 2011

Peyo

Pierre Culliford, in arte Peyo, è l'inventore dei Puffi e di molte altre storie per bambini. Non mi sono mai piaciuti i Puffi dei cartoni animati (dei quali Peyo è solo in parte responsabile), molto petulanti, che ho sempre evitato con la massima cura; mi piacevano invece molto i Puffi disegnati, quelli che leggevo da bambino, negli anni '60.
Peyo era molto bravo, le sue sceneggiature erano molto belle, e i disegni molto simpatici; e, soprattutto, con i fumetti ognuno era libero di dare ai Puffi le voci che preferiva. Per me, ancora oggi, il Puffo brontolone ha una bella voce baritonale (come Sesto Bruscantini, più o meno), e la Puffina si chiama Puffina e non in un altro modo.
Insomma, per questioni puramente anagrafiche il mio '68 ha più a che fare con les Schtroumpfs, the Smurfs, e via elencando, che non con la politica o con il festival di Woodstock. In ricordo di questi momenti di buonumore, e sperando che si possano ripetere anche in futuro, porto qui qualche vignetta che ho preso dal Corriere dei Piccoli di quegli anni, più una che ho trovato in rete (la storia si chiama "Il Puffissimo", ed è tutt'altro che qualunquistica).

venerdì 18 marzo 2011

Extracomunitario

George Clooney è un extracomunitario. Lo so che sarà uno shock per molte, ma è la verità. Oddio, cosa avrà fatto di male? Sembrava una così brava persona... E’ proprio vero che non ci si può più fidare di nessuno. Anche Ronaldinho è extracomunitario, anche Eto’o, ma quello lì, almeno si vede, ha la pelle scura, si vede che non è italiano. Ma Clooney no, non me l’aspettavo e sono fortemente deluso. Non ci si può fidare più di nessuno.
Che dire? Non so altrove, ma qui nel triangolo Como-Milano-Varese “extracomunitario” è diventato sinonimo di criminale, di barbone, di ladro e violentatore, di qualcuno che non si lava e puzza e che trama sempre qualcosa contro di noi. E sia ben chiaro che non sto scherzando, provate un po’ ad ascoltare cosa dice la gente.
Stavolta non faccio il giochino di mettere la voce presa dal dizionario, anche perché il mio Zingarelli è vecchiotto e “extracomunitario” non c’è: si tratta infatti di una parola nuova, nata pochi anni fa. Del resto, il significato è chiarissimo: extracomunitario è chi sta fuori dalla comunità, che in questo caso è la Comunità Europea. Tutti gli svizzeri sono extracomunitari, e sono anche ben contenti di esserlo: hanno anche votato contro, più volte, alle proposte per l’ingresso della Confederazione nella UE. Me li immagino, gli Svizzeri, che ci guardano con disprezzo e indicandoci col dito pensano: “Comunitari!!!”.

Ogni tanto capita (anzi, capita spesso) che si propongano parole per sostituirne altre logorate e diventate dispregiative. Per esempio, “non vedente” al posto di cieco; o “down” al posto di mongoloide, “di colore” invece di negro. Il risultato è che in pochissimo tempo “di colore” diventa un insulto, “down” diventa un insulto, eccetera eccetera. Anche “extracomunitario” ha seguito lo stesso percorso, e io non so cosa dire. Tutti questi termini, “mongoloide”, “negro”, “sordomuto”, non sono mica insulti: provate a leggerli bene. “Mongoloide” significa che chi ha il morbo di Down assume tratti simili a quelli della popolazione della Mongolia, “negro” è parola italianissima e prima ancora latina che può sembrare razzista solo a chi è di lingua inglese, dove “nero” si dice “black” e “nigger” è chiaramente un insulto. Anche “baluba” indica una nazione, i Ba-Luba dell’Africa centrale. Ma per molti di quelli che crescono qui, complice una classe politica che è poco definire indecente, anche “marocchino” è diventato un insulto, anche “romeno”.
Ma tanto poi cosa ne parlo a fare? L’unica speranza è che la questione sia presa a cuore da Massimo Boldi e Christian De Sica. Magari se nel prossimo film di Natale ci mettono una battuta del tipo “uei che bella extracomunitaria”, forse qualcosa cambia. Hai visto mai?

giovedì 17 marzo 2011

Tra Maroni e Boccassini...

Le operazioni contro la ‘ndrangheta in Lombardia sono state coordinate da un magistrato famoso, Ilda Boccassini: hanno portato a sequestri di capitali, ad arresti, un’operazione ben fatta. L’ho letto sui giornali, naturalmente, perché la signora Boccassini non so nemmeno che voce abbia, e non ricordo una sua intervista o una sua apparizione in tv, a meno che non si tratti di filmati del tg.
Il pensiero mi è corso subito a Roberto Maroni, ministro dell’Interno: che degli arresti dei mafiosi si è vantato più e più volte, in tv, a volte insistendo per essere intervistato. Stavolta Maroni non si è visto né sentito, e direi che sarebbe stato il caso, perché Ilda Boccassini, che conduce tra le altre cose anche numerose inchieste in cui è coinvolto Silvio Berlusconi, è stata insultata infinite volte, e pesantemente. Ma, in questi casi, silenzio: ne avrà parlato Emilio Fede, le avranno dedicato una pagina Libero o Il Giornale? A dire la verità, al solo pensarci mi viene quasi da ridere, e immagino che un magistrato come Ilda Boccassini non vada in cerca di benemerenze, soprattutto di questo tipo di benemerenze.
L’unica cosa che mi sento di dire, io lombardo con ascendenze venete, in questa ricorrenza dei centocinquant’anni di unità dell’Italia, è questa: che Ilda Boccassini e Saverio Borrelli sono napoletani, Antonio Di Pietro è molisano, Falcone e Borsellino erano siciliani; mentre i vari Borghezio e Maroni, Speroni e Salvini, Bossi padre e Bossi figlio, Calderoli e Cota, eccetera, questi qua sono delle mie parti e mi tocca sopportarli e tenermeli, non per mia scelta.
E’ in giornate come questa, inseguendo questi miei pensieri, che mi dico: Viva l’Italia!

(l'immagine qui sopra è quella della signora veneziana che qualche anno fa, stufa dell'interminabile comizio leghista sotto le sue finestre, espose un tricolore improvvisato, e fu pesantemente insultata da Umberto Bossi in persona - ministro della Repubblica Italiana...)

mercoledì 16 marzo 2011

Nomade

« Ma che nomadi sono se stanno sempre fermi??». La domanda è più che legittima, direi anzi ottima. Già, che razza di nomadi sono quelli che stanno sempre fermi in un campo nomadi?
La risposta c’è, ma per rispondere bisogna fare un attimo di riflessione, e tornare indietro nel tempo: non molto, bastano una cinquantina d’anni. Gli zingari hanno percorso l’Europa per secoli, e facevano mestieri molto utili e molto richiesti: lavoravano i metalli, soprattutto il rame, ed addestravano cavalli. Oggi viviamo nell’era dell’usa e getta, ma non è sempre stato così: riparare oggetti costosi e d’uso quotidiano, in prima linea pentole e paioli, era importante. Così come era importante avere cavalli ben addestrati e ben ferrati. Gli zingari si muovevano, andavano ovunque, arrivavano con le loro carovane, sceglievano un campo incolto, o una radura, e piantavano tenda per un po’. Va anche detto che molti di loro erano ottimi musicisti, molto richiesti nelle feste e nei matrimoni.
Intendiamoci, gli zingari hanno sempre avuto cattiva fama: scuri di pelle, stranieri, eccetera. Ma non è questo il punto, io non sto scrivendo un saggio: il punto è che non ci sono più spazi liberi, radure, campi incolti. Abbiamo costruito dappertutto. Dove potrebbe piantare le tende un nomade di buona volontà? Anche chi va in giro col camper, in vacanza, mica può parcheggiare dove gli pare.
Devo questa riflessione a Zygmunt Baumann, che ha dedicato molti dei suoi libri a dare risposte a domande come questa. E’ una riflessione che può dar fastidio, e si capisce bene il perché: il problema a questo punto non sono più i nomadi, siamo noi. Abbiamo costruito dappertutto, da Milano andando verso nord, verso Como e Varese, verso il confine svizzero, spazi liberi non ce ne sono quasi più, ed in certi punti la linea dell’orizzonte è solo un ricordo letterario. Milano, Roma, Napoli, Torino, stanno diventando sempre più simili a Calcutta, al Cairo, a Rio de Janeiro: agglomerati urbani di 40-50 Km, senza soluzione di continuità, case strade svincoli autostrade palazzi parcheggi aeroporti centri commerciali villette a schiera. Tra poco metteranno una tassa anche sui giardini, o forse sarà severamente vietato averne uno.


Si può aggiungere ancora qualcosa sulla nascita dei "campi nomadi", che iniziano a sorgere negli anni '70: prima, i nomadi (così come gli appassionati di campeggio) potevano a fermarsi ovunque. In seguito, si decise di regolamentare la sosta, sia dei nomadi che dei camperisti. Anche in questo caso, viene da pensare che la ragione principale sia stata non tanto l'ordine pubblico quanto la mancanza di spazi conseguente alla speculazione edilizia.

martedì 15 marzo 2011

Clandestino

Rendere alla parole il loro vero significato: ecco un’impresa che andrebbe fatta, o almeno tentata. Non c’è niente di più Politico (in senso alto) che interrogarsi su quello che diciamo e che facciamo, e capirne il vero significato. Per le parole non serve molto, il più delle volte basta un buon dizionario, di quelli che si usano alle medie inferiori.
Comincio con questa parola: CLANDESTINO. (l'illustrazione viene dal dizionario Zingarelli)


Si sta facendo passare l’equazione clandestino = criminale, ma così non è: il dizionario ci spiega che il significto della parola clandestino è "nascosto, segreto".
Il più delle volte, la condizione di clandestino nasce dall’ignoranza. E’ stato fatto notare che ai clandestini non conviene pagare 5000 euro per un passaggio in barca, col rischio di annegare o morire di stenti: un biglietto d’aereo costa molto meno, e se i clandestini lo sapessero non ricorrerebbero ai passatori.
Il che ci porta al secondo punto: essere clandestini dipende anche dalla possibilità di avere, oltre ai soldi, anche i permessi. Molte nazioni vietano ai propri cittadini di espatriare; molte nazioni vietano agli stranieri di entrare. In ambedue i casi, se uno si vuole muovere o se è costretto a farlo, deve ricorrere alla clandestinità anche se non ha nessuna intenzione di delinquere.
Si può essere clandestini anche per caso o per sbadataggine: chi ama la montagna sa che, sulle Alpi, è facile espatriare senza rendersene conto; e la stessa cosa può capitare in mare. Oggi siamo in tempo di pace e ci si chiarisce in fretta, ma in altri tempi poteva essere un problema.

I delinquenti, quelli non sono quasi mai clandestini. La delinquenza organizzata sa dove e come procurarsi i permessi; i delinquenti arrivano quasi sempre in prima classe, sugli aerei e sugli eurostar, e lo dimostra alla perfezione la tragedia delle Torri a New York (tutti i dirottatori e i piloti suicidi avevano i permessi in perfetto ordine, avevano studiato negli USA, quasi tutti erano ricchi e di buona famiglia).
I dibattiti in tv hanno spesso un aspetto surreale, si parla molto ma non si ascolta mai. Da una parte, forze governative che ribadiscono l’equiparazione tra clandestino e criminale, dall’altra giovani uomini e donne che portano la loro testimonianza: “siamo arrivati come clandestini, oggi siamo perfettamente integrati”. Il più delle volte, si scopre che gli ex clandestini esercitano professioni rispettate ed invidiabili; e che molti di quelli finiti in prigione non avevano nessuna intenzione di delinquere, sarebbe bastato aiutarli e assisterli al momento dell’ingresso nel nostro Paese.
Conclusione: il governo dovrebbe invece dire “perseguiamo fermamente la delinquenza e la criminalità”: ma così sembra troppo banale, va a finire che il prodotto non si vende e la gente pensa che chi sta al governo è debole e anche un po’ fregnone. Meglio colorire il tutto, magari dando alla lotta alla criminalità un bel tocco di razzismo, il che non guasta. (E se venite derubati da un italiano, gioite e state sereni, che di sicuro non era un clandestino).
(Giuliano, anno 2008)

PS: Questo post l’ho scritto tre anni fa, nel 2008. Nel frattempo alcune cose sono cambiate: per esempio, il governo Bossi-Berlusconi ha introdotto un reato che prima non c’era, il reato di immigrazione clandestina; e ha stipulato un’alleanza con Gheddafi finendo perfino col baciargli la mano (di persona lo ha fatto il capo del governo, quindi è come se lo avesse fatto anche la Lega, eccetera). A seguito di questo accordo, che bloccava in Libia le barche degli emigranti, il ministro degli Interni, il leghista Maroni, dichiarò definitivamente risolto il problema e chiuse il centro di accoglienza di Lampedusa. Quanto fosse “definitivamente risolto”, lo si è visto in questi giorni...
Un altro effetto di queste nuove leggi è stato questo: che se arriva una barca con seimila persone, come è successo l’altro giorno, la magistratura è obbligata ad aprire seimila pratiche, e a portarle avanti. Se ne arrivano diecimila, saranno diecimila nuovi faldoni. La vocazione alla burocrazia della Lega e di Berlusconi è dunque salva, il problema dell’immigrazione clandestina un po’ meno.

lunedì 14 marzo 2011

Pogo: storia dell'alce ( II )

Ancora Pogo, di Walt Kelly: qui vediamo anche lui, insieme alla tartaruga Churchy, all'istrice Crispino, all'alligatore Alberto, ai tre pipistrelli, all'alce, e a Gustavo Gufo. Pogo è un opossum ed è molto mite e gentile, quasi come Charlie Brown: a differenza dei veri opossum, che sono carnivori e si comportano così come fanno da noi le faine e i furetti. Le strisce vengono dal mensile "Linus", anno 1967 circa.
 (la storia dell'alce prosegue da ieri: si ricorda di fare clic sull'immagine, così si vede bene tutto)

domenica 13 marzo 2011

Pogo: storia dell'alce ( I )

"Pogo" di Walt Kelly lo pubblicava il mensile Linus nei suoi anni migliori, cioè agli inizi degli anni '60. Walt Kelly fu collaboratore di Disney, ai suoi inizi: cosa che non può passare inosservata; e viene da chiedersi se fu Kelly a influenzare Disney (Biancaneve, Dumbo...) o viceversa. Probabilmente, la verità sta a metà strada.
Pogo ebbe grande successo negli USA per decenni; è un opossum, animale tipicamente americano, e vive nella palude di Okefenokee, che esiste veramente e non l'avrei mai creduto (si estende tra la Florida e la Georgia). A me piace moltissimo, da sempre, e non so di chi siano oggi i diritti di pubblicazione, ma so che Pogo oggi non è disponibile in libreria, ed è un peccato. Quindi la pubblicazione su questo blog, in data odierna, è quasi una supplica a ristampare tutte le storie di Pogo - magari potrebbe farlo "Stampa Alternativa", http://www.stampalternativa.it/ ,che sta già ristampando tante cose belle.
In queste strisce, però, Pogo non si vede: ci sono i suoi amici, l'alligatore Alberto, i pipistrelli, e per l'appunto l'alce.



(continua domani: facendo clic sull'immagine si legge tutto senza problemi)

venerdì 11 marzo 2011

Corso di poesia creativa

Ho trovato in edicola un Corso Di Scrittura: non è uno scherzo, sono 12 volumi con tanto di dvd.
Visto che la cosa può rendere, ho deciso di lanciarmi anch’io nell’Impresa. Però, siccome non ho mai letto “The catcher in the rye”, prendo come modello il reverendo Dodgson, alias Lewis Carroll, e lancio addirittura una Scuola di Poesia.
L’unico problema è che il papà di Alice (e del Coniglio Bianco, e del Gatto del Cheshire, e della Lepre Marzolina, e del Cappellaio Matto) era inglese e scriveva in inglese. Se questo fosse un blog inglese scritto in inglese, non avrei che da schiaffarvi qui il testo e dirvi di leggerlo; invece mi toccherà di lavorare, il che è un gran brutto inizio, lo ammetterete.
“Poeta si diventa”, dice Carroll con un bel motto in latino, da vero erudito. E s’immagina una scenetta familiare: un bambino che chiede al nonno come si fa a diventare Poeti.
«Come si diventa poeti? Come si fa a scrivere in rima? Una volta mi hai detto: “Il vero desiderio prende parte del Sublime.” Ma dimmi come! Non mandarmi via con uno dei tuoi “un’altra volta”...»
POETA FIT, NON NASCITUR
« How shall I be a Poet ?
How shall I write in rhyme ?
You told me once : The very wish
partook of the sublime ,
then tell me how ! Don't put me off
with your Another time ! »
Il nonno sorride. Gli piace parlare con quel nipotino così sveglio: non c’è niente di trito o di banale in lui, nessuna esitazione. “ E tu vuoi diventare poeta prima di essere andato a scuola? Ah, bene! Non credevo che tu fossi così sconsiderato.»
The old man smiled to see him,
to hear his sudden sally;
he liked the lad to speak his mind
enthusiastically;
and thought: « There's no hum-drum in him,
nor any shilly-shally. »
« And would you be a poet
before you've been to school ?
Ah, well ! I hardly thought you
so absolute a fool.
Ma poi il nonno gli spiega: « Primo, impara ad essere spasmodico: è una regola molto semplice. Comincia col prendere una frase, e a farla in pezzettini piccoli; poi prendi i pezzetti, li mischi, e vedrai che vengono fuori che stanno a stento in piedi. L’ordine in cui escono non importa.»
First, learn to be spasmodic,
a very simple rule.
For first you write a sentence,
and then you chop it small;
then mix the bits, and sort them out
just as they chance to fall ;
the order of the phrases makes
no difference at all.
«Quindi, se vuoi far colpo, ricordati ciò che ti dico: le Qualità Astratte cominciano sempre con la maiuscola. Il Vero, il Buono, il Bello: queste sono le cose che pagano!»
Then, if you'd be impressive,
remember what I say,
the abstract qualities begin
with capitals alway :
the True, the Good, the Beautiful -
those are the things that pay !
« Poi, quando descrivi una forma, un suono, una tinta, non esporre la materia in maniera piana, ma usa le allusioni: e impara a guardare alle cose con una specie di strabismo mentale.»
Next, when you are describing
a shape, or sound, or tint ,
don't state the matter plainly,
but put it into a hint;
and learn to look at all things
with a sort of mental squint. »
Il bambino ha capito, e fa un esempio: « Per esempio, se io volessi parlare di un pasticcio di carne di montone, dovrei dire “Sogni di lanoso gregge / rinchiusi in una cella di frumento” ?»
Sì, proprio così, risponde il vecchio.
« For instance, if I wished, Sir,
of muttonpies to tell,
should I say Dreams of fleecy flocks
pent in a wheaten cell... ? »
« Why, yes, - the old man said - that phrase
would answer very well. »
E il nonno prosegue: « Quarto, gli epiteti che vanno bene per ogni parola, come la Salsa Pronta di Harvey che è buona con il pesce, la carne, il pollo. Di questi, “selvaggio, solitario, stanco, strano”, sono quelli da preferire.»
« The fourthly there are epithets
that suit with every word -
as well as Harvey's Reading Sauce
with fish, or flesh, or bird -
of these, wild, lonely, weary, strange,
are much to be preferred. »
Il bambino si entusiasma. « E si può fare, di raggrumarli tutti insieme, così: “l’uomo selvaggio andò per la sua stanca via verso una strana e solitaria pompa?»
« And will it do, o will it do,
to take them in a lump,
as the wild man went in his weary way
to a strange and lonely pump... ? »
« Ma no! – sbotta il nonno – Non devi arrivare così in fretta ad una conclusione. Questi epiteti sono come il pepe, un po’ vanno bene ma se ne metti troppo disturba.»
« Nay, nay ! You must not hastily
to such conclusion jump.
Such epithets, like pepper,
give zest to what you write;
and, if you strew them sparely,
they wet the appetite:
but, if you lay them on too thick,
you spoil the matter quite !
E poi riprende: « Per ultimo, come accomodamento: il tuo lettore, gli devi mostrare, deve avere le informazioni che tu gli dai, e devi stare attento a non fargli capire prematuramente come va a finire, che deriva ha preso il tuo poema. E quindi, per testare la sua pazienza, per quanto può durare, non menzionare nomi, posti, date; e assicurati sempre di essere abbastanza oscuro.»
Last, as to the arrangement :
your reader, you should show him,
must take what information he
can get, and look for no im-
mature disclosure of the drift
and purpose of your poem.
Therefore, to test his patience, -
how much he can endure -
mention no place, names, or dates
and evermore be sure
throughout the poem to be found
consistently obscure.
« Prima fissa il limite a cui vuoi estenderti; poi riempilo con l’imbottitura (chiedine un po’ a qualche amico); il tuo grande colpo d’effetto, la “sensation-stanza”, la metterai verso la fine.»
« E che cos’è una “sensation” , nonno, dimmelo, ti prego... Penso di non aver mai sentito così tanto questa parola prima d’oggi. Sii così gentile da farmene un esempio.»
First fix upon the limit
to which it shall extend :
then fill it up with Padding
( beg some of any friend )
your great sensation-stanza
you place towards the end. »
« And what is a Sensation,
Grandfather, tell me, pray ?
I think I never heard the word
so used before today :
be kind enough to mention one
exempli gratia. »
E il vecchio, guardando con tristezza attraverso il prato del giardino, dove qua e là luccicava ancora nell’alba una goccia di rugiada, disse: « Va’ ad Adelphi, e vedi Colleen Bawn. Questa parola la dobbiamo a Boucicault, la teoria è sua, dove la vita diventa Spasimo, e la Storia un Ronzio: se questa non è “sensation”, non so cos’altro lo sia. Ma adesso prova da solo, prima che la fantasia perda il suo calore. »
N.d.R.:Questa strofa tratta di letteratura inglese: Dyonisius L. Boucicault era un poeta irlandese contemporaneo di Carroll, Adelphi era un teatro, Colleen Bawn il titolo di un dramma di Boucicault. Si potrebbe saltare senza problemi, ma ormai il Corso di Poesia è quasi finito, cosa volete che sia una strofa in più o una in meno.
And the old man, looking sadly
across the garden-lawn,
where here and there a dew-drop
yet glittered in the dawn,
said : « Go to Adelphi,
and see the Colleen Bawn.
This word is due to Boucicault,
the theory is his,
where life becomes a Spasm,
and History a Whiz :
if this is not Sensation,
I don't know what it is.
Now try your hand, ere fancy
have lost its present glow - »
« E dopo, - aggiunse il nipotino – noi la pubblicheremo, sai: copertina verde, lettere d’oro sul dorso, in duodecimo!» Allora il vecchio sorrise orgoglioso nel vedere il precoce ragazzo correre come un matto verso la penna e l’inchiostro, e il suo blocco di carta: ma quando pensò al pubblicare, il suo volto si fece triste e severo.
« And then, - his grandson added -
we'll publish it, you know :
green cloth, gold lettered at the back,
in duodecimo ! »
Then proudly smiled the old man
to see the eager lad
rush madly for his pen and ink
and for his blotting-pad :
but when he thought of publishing
his face grew stern and sad.
(Lewis Carroll )
(i disegni sono di John Tenniel, dalla prima edizione di "Alice nel Paese delle Meraviglie")

giovedì 10 marzo 2011

Benjamin Britten

Ho conosciuto Britten grazie ai “Quattro interludi marini”, che sono tratti dall’opera “Peter Grimes” ma che si eseguono normalmente in concerto: un ascolto entusiasmante, anche se non di primissimo impatto. Sembra di leggere Stevenson, l’isola del tesoro, l’onore e i pirati, il ragazzo rapito, il mare aperto e la sua potenza, ma anche la sua calma e la sua bellezza. In seguito, avrei scoperto cose strabilianti su Britten: per esempio, che la “Sinfonia semplice”, tuttora eseguita in tutto il mondo (il titolo originale è “A simple symphony”), una delle musiche più piacevoli da ascoltare che io conosca, è stata scritta quando Britten aveva solo dieci anni.
Benjamin Britten (1913-1976) per nostra fortuna ci ha lasciato molta musica. Ha scritto musiche di ogni genere, sinfonie e musica da camera, trascrizioni di canzoni inglesi e irlandesi, opera, balletti, musica balinese, ed è stato anche direttore d’orchestra e pianista.
Britten è l’ultimo grande operista, penso che si possa dire l’ultimo in assoluto, quello che chiude la storia dell’opera. Operisti ce ne sono stati ancora, negli ultimi quarant’anni; ma quasi nessuna di quelle opere è rimasta in repertorio, e soprattutto nessuno è più stato grande come Britten, che va messo alla pari di Puccini, di Stravinskij, di tutti i grandi del Novecento. Nella seconda metà del Novecento, le opere rimaste in repertorio sono quasi soltanto quelle di Sciostakovic, che però ha smesso di scrivere opere molto tempo prima, poi Nino Rota, Stravinskij con “The rake’s progress”, e pochissimi altri.
Il “Peter Grimes” è del 1945, “The rape of Lucretia” (scritto per Kathleen Ferrier) è del 1946, “Albert Herring” del 1947, “Billy Budd” del 1951, “Gloriana” del 1953, “Il giro di vite” da Henry James del 1954, “Sogno di una notte di mezza estate” (da Shakespeare) del 1960, “Morte a Venezia” del 1973.
Billy Budd, tratta dal romanzo breve di Melville, non è riuscitissima: era sicuramente troppo complesso il romanzo di Melville, che nel libretto viene ridotto a una semplice storia di marinai; ma la lunga serie di accordi che segue la condanna a morte del giovane marinaio è una delle cose più impressionanti che io abbia mai sentito in musica. Merita molta attenzione anche “Morte a Venezia”, più un Faust di Goethe che non il romanzo di Thomas Mann; ed è giustamente famoso (e inquietante) il mondo degli spettri evocato in “Il giro di vite” (The turn of the screw) teatro e musica indivisibili, tratto con grande fedeltà dal capolavoro di Henry James.
Britten curò anche memorabili rielaborazioni da Henry Purcell (“The fairy queen”, documentata da un’ottima registrazione) e della seicentesca “Beggar’s Opera”, l’opera dei mendicanti di John Gay, che ispirò Brecht e che diede il titolo anche a un famoso disco dei Rolling Stones.
Britten era talmente eclettico, ed aperto a qualsiasi suggestione musicale, che si meritò anche l’appellativo di “manierista”: cosa che io non reputo affatto negativa, dato che “manieristi”, in pittura, sono stati considerati pittori straordinari come Pontormo e Parmigianino. La parola “Manierista” usata in questo senso significa ripensare al passato, rielaborarlo, fermarsi a pensare per poi per ripartire verso qualcosa di nuovo e di originale: esattamente quello che ha fatto Benjamin Britten.
Di questo Britten “manierista” abbiamo musiche che non si finirebbe mai di ascoltare, come “Soirée musicale”, tratta da Rossini; “Il principe delle pagode” con l’esplorazione della musica balinese; le “Variazioni su un tema di Frank Bridge”, e molto altro ancora. Britten, così come Stravinskj, Prokofiev e Shostakovic, aveva una tale padronanza tecnica della musica che poteva scrivere qualsiasi cosa, e farla bene.
A Benjamin Britten devo molto altro, oltre alla musica: grazie a lui ho potuto leggere e apprezzare cose che non avrei mai letto, in primo luogo i sonetti seicenteschi di John Donne e di William Blake, stupefacenti; i testi per il “War Requiem”, il requiem di guerra scritto dopo il bombardamento nazista sulla Cattedrale di Coventry, il Rimbaud di Les illuminations, e perfino i Sonetti di Michelangelo, dei quali, pur essendo italiano, ignoravo completamente l’esistenza.
In onore di Britten, porto qui una poesia di John Donne e due frammenti di Rimbaud, tra quelle da lui musicati; e consiglio a tutti “A ceremony of carols”, una raccolta di canzoni natalizie inglesi per coro di bambini: detto così sembra poca cosa, l’ascolto è invece, ancora una volta, indimenticabile ed emozionante (soprattutto l’assolo dell’arpa e “Balulalow”).
9. Death be not proud
Death be not proud, though some have called thee
Mighty and dreadfull, for, thou art not soe,
For, those, whom thou think'st, thou dost overthrow,
Die not, poore death, nor yet canst thou kill mee.
From rest and sleepe, which but thy pictures bee
Much pleasure, then from thee, much more must flow,
And soonest our best men with thee do goe,
Rest of their bones, and souls deliverie.
Thou art slave to Fate, Chance, kings and desperate men,
And dost with poyson, warre, and sickness dwell,
And poppie, or charmes can make us sleepe as well
And better than thy stroake; why swell'st thou then?
One short sleepe past, wee wake eternally,
And death shall be no more; death, thou shalt die.
(da The holy sonnets of John Donne, Text by John Donne, 1572-1631)
Morte, non esser fiera, pur se taluni t'abbiano chiamata terribile e possente, perché tu non lo sei: poiché quelli che tu credi di travolgere non muoiono, povera morte, né tu puoi uccider me. Dal riposo e dal sonno, che non sono che tue immagini, deriva molto piacere; e quindi da te ne dovrà derivare uno maggiore; e i nostri migliori se ne vanno per primi con te, riposo delle loro ossa, liberazione dell'anima. Tu sei schiava del Fato, del Caso, di re e di disperati, e dimori col veleno, con la guerra e con l'infermità, e oppio o incanti possono farci dormire altrettanto meglio del tuo colpo; perché dunque insuperbisci? Trascorso un breve sonno, noi vegliamo in eterno, morte più non sarà; Morte, tu morrai.

1. Fanfare
J'ai seul la clef de cette parade sauvage.
3a. Phrase
J'ai tendu des cordes de clocher à clocher; des
guirlandes de fenêtre à fenêtre; des chaînes d'or
d'étoile à étoile, et je danse.
(musicato da Benjamin Britten in “Les illuminations”, op.18, per voce e orchestra d’archi)
(nell’immagine qui sopra, Britten è in compagnia di Peter Pears e di Kathleen Ferrier; lo spartito è quello di "The rape of Lucretia")
(per trovare tutti i testi, un sito meraviglioso: http://www.lieder.net/ )

mercoledì 9 marzo 2011

Boris Christoff

Ho imparato a conoscere Boris Christoff quando ero sui diciott’anni, e l’opera lirica ancora non mi piaceva; ma la TSI, la tv della Svizzera Italiana, gli aveva dedicato una lunga intervista, che io avevo visto senza cercarla, per caso (ammesso che queste cose succedano per caso: a dire il vero, ne dubito fortemente).
Christoff non poteva passare inosservato, neanche in tv: per la voce, ma anche per l’aspetto. Non che fosse imponente fisicamente, era sì alto e forte ma tutto sommato nella norma: era proprio qualcosa di suo, di naturale, un carattere che impone soggezione. Magari in privato, a casa sua, sarà stato una persona simpatica e cordiale: ma così, in veste ufficiale, Christoff sembrava davvero uno Zar, un Grande Inquisitore, un Filippo II, o il Gran Sacerdote dell’Aida. Certo, la voce di basso aiuta: i bassi del teatro lirico, a sentirli parlare, fanno tutti un po’ soggezione. Ma Christoff era proprio un’altra cosa, e del resto basta ascoltare i suoi dischi per capire cosa intendo.
Christoff, bulgaro di nascita, aveva spiegato di essere arrivato in Italia molto giovane, e di aver studiato con il baritono Riccardo Stracciari: un cantante di grande fama, e un insegnante molto attento ma anche molto esigente, soprattutto nella dizione. Un’ottima scuola, a giudicare dai risultati: molti cantanti d’opera si mangiano le parole, ma con Christoff si può fare a meno di leggere il libretto, ogni singola parola è scandita (e cantata!) con enorme precisione e chiarezza assoluta. Non aveva una voce bellissima, Christoff: piuttosto aspra, scura, non la voce morbida e fluente di un altro basso altrettanto grande Nicolai Ghiaurov (bulgaro-italiano come lui, e di lui più giovane), ma una voce precisa, potente, intonatissima, personalissima e impressionante.
Parlando di musica, Boris Christoff è stato una presenza fondamentale per me, una delle persone che – suo malgrado – mi hanno indicato la strada giusta da seguire. A un certo punto mi è anche capitato di conoscerlo di persona, gli ho perfino stretto la mano – io ero più alto di lui e mi ha guardato un po’ male, abituato com’era ad essere il Re, lo Zar, il Gran Sacerdote, e di conseguenza a stare sempre un gradino più in alto, a guardare tutti dall’alto in basso.
Ma, andando con ordine, e specificando subito che io non sono abituato a importunare i grandi artisti (e nemmeno le persone normali), quel giorno nel camerino mi ci avevano portato le persone con cui ero andato all’opera, a Parma. Il mio comportamento consueto era questo, al termine degli spettacoli: magari applaudivo anche per venti minuti di fila, ma poi andavo subito a casa. Anche se avessi incontrato Carlos Kleiber o Claudio Abbado, cosa mai avrei potuto dirgli? Una riconoscenza infinita, questo sì; ma la riconoscenza l’avevo già espressa con gli applausi, pensavo che bastasse. Oltretutto, io non sono un musicista e uno come Christoff della mia approvazione di semplice ascoltatore poteva benissimo farne a meno.
Ho ascoltato Boris Christoff una volta sola: si era già ritirato da tempo, ma ogni tanto si concedeva un’uscita, e l’8 gennaio 1982 cantò a Parma nel Don Carlos di Giuseppe Verdi, in uno dei suoi ruoli preferiti: Filippo II re di Spagna. Era ancora in ottima forma, e non capita a tutti. Accanto a lui, Renato Bruson, Ghena Dimitrova, Luigi Roni, Vasile Moldoveanu, Stefania Toczyska; direttore Günther Neuhold.
Al termine dello spettacolo, mi portarono a fare un giro nei camerini: io non ero abituato, ma si usava. Anche di persona, visto da vicino, Christoff era impressionante: sembrava essere rimasto nel suo personaggio, era molto cordiale ma un suo sguardo o un’alzata di voce, anche in una conversazione normalissima, facevano comunque sobbalzare. Mi venne da pensare che se fosse stato un maestro di scuola avrebbe ottenuto attenzione e disciplina anche nella classe più agitata, semplicemente alzando un sopracciglio (e se poi avesse deciso di alzare la voce...).
Avevo già tutti i suoi dischi: il Boris Godunov di Mussorgskij, il Don Carlos, il Simon Boccanegra, Una vita per lo Zar, Il principe Igor. Oltretutto costavano poco, perché nella musica classica e operistica vale il principio opposto a quello che si potrebbe immaginare, e cioè che le incisioni leggendarie costano meno delle altre. E’ così da sempre, perché si crede che le incisioni degli anni ’50 e ’60 e ’70 (prima del digitale) siano peggiori: ma così non è, e gli appassionati lo sanno.
Non è tutto oro quello che luccica, col digitale e col computer si fanno facilmente trucchi meschini (un po’ come capita con photoshop per le immagini), ma soprattutto si impara presto che è l’interpretazione che conta, non il modo in cui la si è registrata. Certo, l’ideale è avere un’esecuzione leggendaria ottimamente registrata: ma se volete ascoltare Enrico Caruso sappiate che ci ha lasciati nel 1921, se volete ascoltare Furtwaengler e Toscanini, le loro incisioni più recenti risalgono ai primi anni ’50; se volete ascoltare Maria Callas, i suoi anni d’oro vanno dal 1948 al 1958. Gli anni migliori di Pavarotti, per fare un esempio recente, sono quelli tra il 1960 e il 1980; ma conviene restare il più vicini possibile al 1960, è lì che vive la leggenda di Pavarotti, e sono già registrazioni eccellenti. Del resto, poco tempo fa chiesero a Maurizio Pollini quale fosse la registrazione migliore di Chopin, e Pollini non ebbe esitazioni: Arthur Rubinstein per la RCA, anno 1956.
Di Boris Christoff la mia Garzantina dice: «Christoff, Boris (1919-1993) nato a Plovdiv, basso bulgaro naturalizzato italiano. Perfezionatosi a Milano con Riccardo Stracciari, esordì nel 1946 a Roma con la Bohème di Puccini. Specialista del repertorio russo (Mussorgskij: Kovancina e Boris Godunov; “Una vita per lo zar” di Glinka; “Il principe Igor” di Borodin), grande interprete anche del repertorio verdiano (Ernani, Don Carlos, Simon Boccanegra) e della musica da camera. Fu attore intelligente, dotato di ottima presenza scenica.»
Wikipedia dice invece che Christoff nacque nel 1914, aggiunge che era laureato in giurisprudenza e che fece in tempo a iniziare la carriera da magistrato, poi abbandonata visto il grande successo in palcoscenico. Il suo maestro, Riccardo Stracciari, lo vedeva meglio come baritono, ma Christoff decise subito di essere un basso. Il debutto alla Scala arriva molto presto, 1948-49, con il Boris Godunov. Si può ancora aggiungere che la liturgia cristiano-ortodossa utilizza da sempre voci scure e anche molto profonde, questo è stato il punto di partenza di molto grandi cantanti dell’Est Europa, e anche Boris Christoff (che in Bulgaria iniziò a cantare in un coro) non fa eccezione.
(Le immagini le ho prese in rete, alcune molto tempo fa; non sono riuscito a trovare i link giusti, e me ne dispiace molto, soprattutto per la foto con l'autografo, in costume di Filippo II.)